In Puglia la viticoltura è fra le attività agricole più diffuse e con il tempo i vitigni autoctoni hanno conquistato intenditori ed estimatori di vini, fino a oltrepassare i confini nazionali e a occupare un posto di rilievo nei mercati internazionali. Fra i vitigni autoctoni pugliesi che godono di maggiore fama e stima, vi sono sicuramente quelli a bacca rossa che, seppur originari di determinate zone della Puglia, sono oggi coltivati lungo tutta la regione.
Avrai sicuramente sentito parlare del Primitivo, del Negramaro e del Nero di Troia: tre perle della produzione vinicola pugliese le cui radici sono saldamente piantate nel territorio regionale, ma i cui vini campeggiano su tutte le tavole italiane e mondiali.
Primitivo: il vitigno che matura prima degli altri.
Il nome Primitivo deriva dal latino primativus, letteralmente precoce. Le origini del Primitivo sono incerte, ma dalle varie ricerche svolte è emerso che il Primitivo è stato introdotto in Puglia dall’antico popolo degli Illiri, che abitava l’attuale Croazia, oltre 2000 anni fa. Riferimenti scritti si ritrovano, però, solo a partire dal 1700, quando un sacerdote di Gioia del Colle, don Francesco Filippo Indelicati, osservando la maturazione delle uve coltivate sui suoi appezzamenti notò la prematura maturazione di un vitigno sugli altri, da qui il nome Primitivo.
L’uva del Primitivo, bacca rossa piccola e molto zuccherina, è coltivata in tutta la Puglia ma le zone in cui questo vitigno è maggiormente diffuso sono gli agri di Gioia del Colle e di Manduria. L’uva del vitigno Primitivo viene raccolta già a fine agosto e regala un vino rosso dal grado alcolico importante.
Negroamaro: il vitigno baluardo del Salento.
Le origini del Negroamaro sono incerte quanto quelle del Primitivo. In molti concordano sull’antichissima introduzione di questo vitigno durante la colonizzazione greca, siamo dunque intorno all’VIII e al VII secolo a.C., ma le prime tracce scritte risalgono al 1800.
L’origine del nome è anch’essa incerta: a volte si fa derivare dalla fusione tra mavro (nero), parola del griko, lingua parlata nella Grecìa Salentina, e nigrum (nero), di derivazione latina, entrambe usate per richiamare un vino dal colore nero profondo, impenetrabile; a volte si fa derivare dal termine dialettale tipico salentino niurumaru (nero amaro) che richiama il colore nero e il sapore “amaro” per l’elevata presenza di tannini.
Oggi è coltivato in tutta la Puglia, anche se la zona maggiormente vocata alla sua coltivazione rimane la penisola salentina.
Nero di Troia: il terzo grande vitigno a bacca rossa della terra di Puglia.
Come per i suoi fratelli maggiori Primitivo e Negramaro, anche le origini del Nero di Troia, meglio noto come Uva di Troia, sono incerte. Secondo la mitologia greca questo vitigno è stato portato in Puglia da Diomede al termine della guerra di Troia. Secondo alcuni studiosi, invece, l’Uva di Troia deriverebbe dalla cittadina di Troia, nel subappennino Dauno, cittadina fondata intono al 700 a.C. dai coloni greci. Fra le prime e più importanti testimonianze scritte vi è quella risalente all’epoca dell’Imperatore Federico II di Svevia, alla cui corte sarebbe stato bevuto del buonissimo vino di Troia, facendo dunque intendere che questo vitigno fosse coltivato nel territorio a nord di Bari già a partire dall’anno 1000.
Le zone pugliesi maggiormente vocate alla sua coltivazione sono la provincia di Foggia, l’area a nord di Bari e la zona del Castel del Monte. Il vino che deriva dall’Uva di Troia è un vino forte e imponente.